Capitolo 5: I Consigli di un Bruco
- Non quella Alice

- 19 set 2023
- Tempo di lettura: 6 min
Parte 1 19 Settembre 2023 - Brescia/Wonderland

Mannaggetta, ci siamo. Il capitolo che più mi spaventa è arrivato. So che parte della procrastinazione di questo “progetto” è dovuta a questo capitolo. Quante cose da affrontare in 4 pagine… Quante domande alle quali non so rispondere… o almeno credo. Ieri sera ho deciso che oggi l’avrei affrontato. Oggi. Non Domani, non Domenica. Oggi. (intendi quando ti sei fatta mezz’ora di monologo a voce alta in casa? Tutta quella cosa del Tu sei così, tu sei cosà, prese di coscienza e riferimenti mitologici vari?! È quello il momento di cui parli, vero?! Non rispondere. So che è un “Sì”) Perché, in fondo, questa sono io… Cosa? Lo capiamo insieme. Un respiro profondo e partiamo. Dai Alice… Dai.
“Il Bruco e Alice si guardarono in silenzio per qualche tempo. Da ultimo il Bruco si tolse di bocca il narghilè e l’apostrofò con voce languida, assonnata. «E chi sei tu?» disse il Bruco. Come inizio di conversazione no era incoraggiante. Alice rispose un po’ imbarazzata: «Ehm… veramente non saprei, signore, almeno per ora… cioè, stamattina quando mi sono alzata lo sapevo, ma da allora credo di essere cambiata diverse volte.» «Che vorresti dire?» disse il Bruco, secco. «Spiegati meglio!» «Temo di non potermi spiegare, signore» disse Alice «Perchè non sono io.» «Non capisco» disse il Bruco. «Temo di non poter essere più chiara di così» rispose Alice con molto garbo, «perché purtroppo io sono la prima a non capirci nulla; e poi cambiare dimensioni tante volte in un giorno solo finisce per scombussolarti parecchio.»
È tosta, raga!
“Chi sei tu?”
Ci sono dei momenti della vita, attimi in realtà, in cui tutto è calmo, limpido… momenti in cui respiri e non pensi. Quelli sono i momenti in cui forse ti è chiaro chi sei e qual’è il tuo scopo; o forse non lo sai nemmeno in quei momenti, ma almeno ti senti leggera e non ci pensi. Il cazzo è quando effettivamente ti fermi e te lo chiedi: “Chi sono?” “Cosa ci faccio qui?” “Cosa voglio?”
Prima che si parta con la morale del caso, anche chi si fa tutto tronco e si gonfia del “so benissimo chi sono e cosa voglio”, parliamoci chiaro, sta dicendo un sacco di cazzate. O meglio, potrebbe avere chiaro chi è fino a quel momento, cosa vuole in quel momento, ma non ha la minima idea di chi sarà domani o cosa vorrà domani, cosa la vita gli metterà di fronte, quali ostacoli, avventure, esperienze gli si pareranno davanti. Uno nasce avvocato e muore giardiniere. Un altro nasce punto di domanda e muore punto esclamativo. Altri nascono e muoiono allo stesso modo. Qualcuno si fa domande, qualcun altro no. Io, nel dubbio, vivo, sì, ma le domande me le faccio. Ogni tot tempo, “Alice, ferma! Recapino. Cosa vuoi? Come ti senti? Chi sei?”
Non prendiamoci in giro, possiamo ignorare l’altra voce (parli di me?) per un po’, ma prima o poi quella si mette a urlare e ci da una sveglia (SEEEEEAH!)
“Chi sei tu?” Come Alice, sono “cambiata così tante volte” da aver capito che, se devo dare una risposta, allora potrebbe essere “sono una moltitudine”. L’ ho già detto altre volte, non intendo “cambiamento” solo in accezione negativa, in questo caso non lo è assolutamente. Sono mutamenti. Consapevolezze che si raggiungono giorno per giorno. Lottando, affannando; vivendo. Credo faccia della crescita di una persona. (non solo anagrafica eh! Qui siamo ancora ciòfani!)
È normale che a volte non ci si ritrovi. A volte viviamo cose che non avremmo mai pensato di vivere, altre che non pensavamo di poter accettare mai, altre ancora capitano e basta e ci si ritrova nella risacca degli eventi. E che sia da interpretare come un “tutto serve” o come un “solo i deboli si fanno trascinare”, non m’importa; non sto qui a fare psicologia spiccia o a dar giudizi. È normale. Perdersi. Ritrovarsi. Riscoprirsi. Un paio d’ anni fa ho preso una sveglia potente. Dopo otto anni a vagare, mi sono resa conto che ero altro. Cosa? Non è facile dirlo quando cambi così tante volte… (cit.) Si dice spesso che per conoscere una persona, non basti una vita intera. Cambio di prospettiva: per conoscerSi non basta una vita intera. Vivere è mutare, crescere, evolvere in continuazione.
Mi rendo conto che la domanda che più mi faceva paura, è l’unica a cui in realtà non serve una risposta. Non c’è giusto o sbagliato. Sono in evoluzione. Come tutto. Come tutti. Come Alice. Come voi che leggete. Oggi non siete uguali a ieri e domani non sarete uguali ad oggi. Siamo in evoluzione. La domanda che potremmo farci è “Come voglio essere?”, ma anche qui, la mia personalissima risposta è “Semplicemente me stessa.” (ma anche un po' Megan Fox) E questo “me stessa”, miei cari (non così tanto) amicici, è in continua evoluzione. Questa avventura chiamata vita è l’unica cosa che ci serve. Non c’è uno scopo più ”grande”, del conoscere se stessi. Se stessi da soli, attraverso l’altro, attraverso i sogni, la natura, le aspirazioni, il lavoro; attraverso tutto quello che vi pare. Tutto quello che vi fa star bene, e anche qualcosa che vi farà stare male. Impariamo a conoscersi ogni giorno un pezzo in più. Poi ognuno di noi condirà il proprio percorso con il suo Ikigai, ma non sono due cose separate. Nel tue percorso di vita, scoprirai il tuo Ikigai e seguendolo imparerai altro su di te. Arrivare a quella scoperta quella consapevolezza, sarà già un gran viaggio; viaggio che proseguirà con nuovi episodi, avventure, completezza, certezze, dubbi, paure ecc.
“Chi sei tu?”
Alice. Non, Quella Alice. Alice.
Respiro profondo e torniamo a Quella Alice…
Alice e il Bruco si flippano in un discorso apparentemente senza senso che porta Alice a recitare una “Babbo William, sei vecchio” per scoprire che, come successe con “L’industriosa piccola ape”, ha cantato tutto. Semplice Alice, non sei più “Quella Alice”; ora sei questa Alice. Ci fu un silenzio assordante fra i due, finché..
Il Bruco fu il primo a parlare. «Di che proporzioni vuoi essere?» Chiese. «Oh, non è che ci tenga molto» si affrettò a rispondere Alice; «È solo che non fa piacere continuare a cambiare così spesso, lei lo sa.» «No, non lo so» disse il Bruco. Alice non disse nulla: non era mai stata tanto contraddetta in vita sua, e sentì di essere lì lì per perdere il controllo. «Sei contenta di come sei ora?» disse il Bruco. «Ecco, mi piacerebbe essere un pochino più alta, signore, se non le dispiace» disse Alice. “Otto centimetri è una statura proprio infelice.» «È una statura eccellente!» Disse irritato il Bruco, tirandosi su mentre parlava (era alto esattamente otto centimetri) «Ma io non ci sono abituata!» piagnucolò la povera Alice. «Col tempo ti ci abituerai!» disse il Bruco; poi si mise in bocca il narghilè e ricominciò a fumare.
Eh Signor Bruco, a che gioco sta giocando?!
Alice ha ragione a “lamentarsi”. Quella che vede non è Lei. Non è la Lei che conosce.
Non è affatto facile il “risveglio” da una situazione e la presa di coscienza che ne consegue è dolorosissima quanto potente. Alice sa che questa situazione non le sta bene, non si sente se stessa, vuole essere diversa. Anela a quella che chiama normalità; una statura normale perché 8 cm è “infelice”, smettere di cambiare in continuazione perché “non fa piacere”, qualcuno che la assecondi perché “non è mai stata contraddetta tanto in vita sua”. Alice cara, che viaggio immenso fuori dalla zona di comfort.
“Sei contenta di come sei ora?”
Quanta potenza in questa frase. Quante volte me lo sono domandata, quante volte ho risposto “No. Devo cambiare”. E quante cazzo di volte quel “devo cambiare” non era mio. Quante volte... Ne ho perso il conto.
Siamo portati a pensare costantemente che ci sia una giusta versione di noi; ricca di aspettative, di traguardi da raggiungere, di normalità nella quale rientrare. E tutto questo cambiare, vagare alla ricerca di “quella persona” che non siamo, non fa altro che allontanarci ancor di più da chi realmente siamo. Semplicemente noi stessi.
Quando il Bruco dice ad Alice “È una statura eccellente!”, inizialmente l’ho letto come un tentativo di convincimento; un “va bene essere come me”, in realtà credo che voglia dire altro (almeno per me è così, poi voi prendetela come vi pare).
Lo vedo come un “Vai bene così come sei. Sei come sei. Sei tu. La Tu di adesso”.
E continuando nello scambio fra i due, vediamo Alice dire una cosa giustissima:
“Ma io non ci sono abituata!”.
Come darle torto? Quando “mutiamo” è in atto un evoluzione alla quale non siamo pronti. Non lo scegliamo, capita e basta. Veniamo espulsi dalla nostra zona di comfort e l’unica cosa che vorremmo è rientrarci il prima possibile. Non siamo abituati. Questo fa paura. Basti pensare al primo meccanismo che attuiamo dopo una delusione. Dopo essersi “spinti fuori dalla zona di comfort”, dopo aver provato cose nuove, se queste non sono andate come ci aspettavamo, qual’è la frase più pronunciata? E perché proprio:
“Basta. Io adesso torno fredda come il marmo di Botticino. Non ha senso.”
Comfort zone. Il caro vecchio: “nel mio mare di merda ci so nuotare, è nell’oceano che rischio di affogare”.
Se la leggete per come l’ho letta io… “Col tempo ti ci abituerai” Prende tutto un altro senso. Quel: “Col tempo ti ci abituerai”, diventa un “impara a conoscerti per come sei ora”. Apprezzati. Accettati. Sei anche questa. Oggi sei così. Non devi cambiare per nessuno; non c’è nessuna “normalità” da raggiungere. Non c’è “giusto e sbagliato”. Ci sei tu. Sei viva. Vivi.
(Questo è uno di quei rari momenti in cui tutte le “me” sentono che stiamo facendo qualcosa di bello qui dento. Dovevamo dirvelo. O comunque dovevamo scriverlo tutte. Sì, anche con le parentesi, visto che a ‘sto giro sono “poco presente”. Flussi di coscieeeeeenza)
Fine prima parte. Domani la seconda (Sì, l'abbiamo già scritta!)



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